Il Portoro: uno dei più belli fra i marmi policromi

L‘aspetto unico del Portoro lo rende un materiale ornamentale da destinare a particolari realizzazioni

Le cave di Portoro si trovano (o meglio si trovavano, perché delle trenta esistenti in attività nel 1862, risulta che solamente una sia ancora aperta) nella provincia ligure de La Spezia, nel suo comune e in quello di Portovenere sul Monte Muzzerone; i siti sono collegati fra loro dalla strada panoramica che dalla città si snoda lungo un magnifico itinerario, percorrendo tutto il Promontorio di Portovenere. I giacimenti, poi, continuano nelle Isole Palmaria e Tino.
Dal punto di vista mineralogico, si tratta di una breccia calcarea (ragione per la quale si fa rientrare nella categoria dei marmi), a struttura microcristallina. Il colore di base è di un intenso, splendido nero assoluto come tonalità e velluto come aspetto, dovuto alla pigmentazione derivata da sostanze di natura organica, sul quale si mettono in evidenza, come si trattasse di un prezioso tessuto, venature, striature, macchie, chiazze, ombre, che sembrano il risultato di pennellate o di colature o, magari, di diluizioni di colore, tutte opere della felice mano di un fantasioso pittore d'avanguardia. Questi segni grafici sono da attribuire alla presenza di pirite e di sostanze ocraceo-limonitiche che, insieme, forniscono alla roccia una stupenda tonalità dorata, unita a un'intensissima colorazione gialla, molto luminosa; talora, sono pure evidenti macchie bianche o biancastre.
Sul mercato di settore, è definito come qualcosa di ricercato e difficilmente sostituibile in applicazioni del campo dell'edilizia residenziale e alberghiera di lusso, dell'arredamento interno e urbano, delle realizzazioni artistiche e di stile di ogni tipo, da solo o in abbinamento con altri materiali aventi tonalità cromatiche diverse.

Il maggior sviluppo nell'uso del Portoro si è avuto nel XIX secolo, soprattutto quando, alla coltivazione condotta con strumenti manuali risalenti alla notte dei tempi (cunei di legno da bagnare e di ferro, scalpelli, palanchini, mazze e mazzuoli) si associò l'abbattimento di grosse bancate con l'uso, indiscriminato, degli esplosivi. Si era attorno all'anno 1883, quando si avviò l'abbattimento di grandi volumi di materiale con il brillamento di potentissime mine, sicuramente dimensionate in eccesso per quantità di sostanze esplodenti, tanto che solamente un decimo del prodotto ottenuto era sfruttabile come pietra ornamentale, mentre il restante 90% era destinato all'intasamento dei ravaneti. E gli sfridi divennero talmente abbondanti che, in molti casi, fu necessario elevare grossi bastioni di sostegno a secco (ancora ben visibili a valle di molte attività estrattive), per aumentare la capacità volumetrica dei ravaneti stessi. In concreto è ciò che è successo in Cina, in tempi recenti, nelle sue cave di marmo, dove la resa utile era solamente attorno al 5%.

Come si è detto, i tempi non erano ancora maturi per fare un calcolo adeguato dell'esplosivo da utilizzare nelle grandi varate (mentre le innovazioni tecnologiche per il taglio erano ancora molto lontane nel futuro), per cui, alla disgregazione di buona parte del materiale abbattuto, si associava il danneggiamento di grandi volumi di marmo in sito, che perdevano la loro preziosità. Ma questa situazione negativa non è stata un'esclusiva delle cave di Portoro: in molte cave di Carrara, negli anni '90, si stava ancora risentendo dei danni causati in tempi anche lontani. A migliorare la situazione nacque l'uso del filo elicoidale, databile attorno al 1898, che rese più razionale la coltivazione del marmo, fra cui il Portoro, naturalmente; da qui un calo pauroso nella produzione di scaglie. Con l'introduzione nelle cave della macchinetta perforante e della puleggia penetrante, la coltivazione divenne molto più semplice e meno pericolosa. E da qui all'ingresso in galleria il passo fu breve e si riuscì a estrarre dalla roccia incassante - una sterile dolomia - blocchi già squadrati, il cui peso raggiungeva già le 15-20 tonnellate.
Fu così che la produzione di Portoro ebbe un aumento considerevole, tanto che esso s'inserì con sicurezza sul mercato, dove, potendo essere offerto in quantità importanti, riuscì ad aprirsi una nicchia di tutto rispetto.
Successivamente, s'iniziò a costruire strade di arroccamento (preferibilmente intaccando i ravaneti), che consentirono un rapido ingresso in cava di potenti mezzi di trasporto, carichi di tutti i materiali necessari alla coltivazione (macchine e attrezzature) che, naturalmente, provvedevano pure al trasporto del prodotto grezzo (blocchi semi informi e informi) alla loro destinazione nei laboratori di trasformazione, nei depositi, alla ferrovia, al porto. Fu l'occasione giusta per la condanna delle "vie di lizza" che, per tanto tempo, erano state l'unico mezzo per collegare le cave alle valli, dove i blocchi potevano essere raccolti e trasportati alla loro destinazione.

Nel frattempo, nelle cave furono potenziati gli impianti per la movimentazione dei blocchi, con l'introduzione di mezzi meccanici e idraulici moderni. E al filo elicoidale si sostituirono le tagliatrici a catena e le macchinette a filo diamantato. Il mondo delle cave stava subendo un progresso inimmaginabile soltanto cinquant'anni prima; infatti, il quadro stava diventando sempre più moderno, ricalcando quanto stava succedendo ovunque, nei Paesi emergenti, nel campo delle pietre ornamentali.
Dopo il fenomeno del metamorfismo, seguito dal consolidamento delle masse allo stato fluido o semifluido, la formazione del Portoro ha subito un'intensa azione meccanica di stiramento, che l'hanno assottigliato, riducendone sensibilmente la potenza; e proprio a causa delle sollecitazioni cui è stato soggetto, sono frequenti le fratturazioni, le fenditure, le flessure, le interruzioni di continuità. Inoltre, nella dislocazione tettonica, non sono mancate le faglie, con spostamenti reciproci dei labbri, che hanno messo sovente in difficoltà i ricercatori e i coltivatori di Portoro in galleria, che, a un certo punto, vedevano sparire il materiale in estrazione, per cui si rendevano necessarie operazioni impreviste per ritrovarlo. A cielo aperto, la ricerca di questo tipo è più facile, perché è possibile, spesso, riconoscere visivamente la continuità degli affioramenti.

Nell'estrazione dei blocchi dal fronte di coltivazione è necessario che essi siano già predisposti, con i tagli di distacco, all'ulteriore segagione, che offra l'aspetto migliore al prodotto ottenuto. E, infatti, successivamente le lastre sono segate, facendo riferimento soprattutto al "verso di macchia", che consente di evidenziare, cromaticamente e scenicamente, un effetto stupendo, caratterizzato da venature, striature, macchie d'intenso colore giallo oro o giallo miele, misto a macchie bianche di diverse dimensioni sul fondo nero intenso e vellutato. Le dimensioni commerciali dei blocchi sono, mediamente, di metri 1,80x1,00x0,80, per un volume attorno al metro cubo e un peso sulle 4 tonnellate. Di solito si preferisce tagliare i blocchi di Portoro secondo i suoi tre piani fondamentali, perpendicolari fra loro: la dimensione maggiore secondo il "verso" o la "pioda", coincidente con il piano di stratificazione; la dimensione media è realizzata tagliando al "secondo" o "trincante", mentre la minore è attuata secondo il "contro" o "mozzatura", piano verticale e normale al fronte di cava; il "secondo" è sul piano verticale parallelo al fronte di cava.

Nel giacimento di Portoro, andando dal tetto al letto si possono incontrare diverse qualità che, in linea di massima, corrispondono ai cinque strati principali, che di seguito si riportano (secondo alcuni autori sono solo quattro).
Il primo strato (o "scalino") è immediatamente sottostante al tetto, costituito da dolomia che, come si è detto, non è in nessun modo sfruttabile. Lo spessore è fra 80 e 90 centimetri ed è costituito da marmo a fondo nero con presenza di venature di colore giallo abbastanza sottili.
Sotto lo scalino si trova il "banco", spesso 120-150 centimetri, nel quale il marmo, sullo stesso fondo nero, presenta venature sempre giallo oro, un po' più larghe delle precedenti e disposte a forma di catenaria.
Si trova poi lo strato intermedio, detto "sottobanco", dello spessore di 100-120 centimetri; è distinguibile dagli altri visti perché, sul fondo nero, le venature gialle sono più sbiadite, tendenti al bianco, mentre si nota già l'esistenza di chiazze bianche.
Sotto si trova lo "zoccolo", che può avere lo spessore da 200 a 360 centimetri, caratterizzato da marmo con venature e macchie larghe bianche.
Infine, si trova il "sotto zoccolo", il cui spessore può variare enormemente, potendo passare da 3 a 10 metri e più; ormai il fondo nero è comparso di grandi macchie bianche.
Naturalmente, la varietà più preziosa e quella nella quale le venature gialle "macchia fina" sono prevalenti; ma anche le altre varietà, con venature e macchie tendenzialmente bianche, hanno una loro richiesta, perché, pur essendo meno belle, hanno caratteristiche di resistenza spesso superiori a quelle del materiale di prima qualità.

D'altra parte, la coltivazione del Portoro presenta difficoltà notevoli, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche per questioni legate all'ambiente e al suo rispetto, perché, infatti, in alcuni casi risulta in netto contrasto con esigenze di carattere paesaggistico, il cui rispetto è demandato alle Autorità competenti, come detto in precedenza.
Chiaramente, il Portoro, come tutte le altre pietre ornamentali, non ha una qualità costante, per cui si può suddividere in diverse varietà, non tutte egualmente belle e preziose, ma comunque sempre di notevole pregio. Passando dal Portoro più bello a quello che lo è di meno, si nota come il nero assoluto vada via via schiarendosi, assumendo una tonalità sempre più somigliante a quella grigio chiara del marmo bardiglio apuano; intanto, le venature, le striature, le macchie tendono a impallidire, raggiungendo toni che si potrebbero definire ferruginosi, mentre i contrasti fra fondo e segni grafici tendono sicuramente ad appiattirsi. In ogni caso, in linea di massima, si può limitare la suddivisione del Portoro in due grandi categorie o, più precisamente, in due varietà commerciali: la prima, definita a "macchia grande" o "larga", con macchie molto estese, collegate tra di loro da venature; l'altra, al contrario, caratterizzata da un complesso intreccio più sottile, è chiamata a "macchia fina". Quest'ultima è la varietà più ricercata, per cui la sua produzione è più abbondante, perché a essa si dà la priorità. A ciascuna di queste varietà fanno capo tante altre sottovarietà, sempre abbastanza belle, ma sicuramente qualitativamente inferiori.

Il Portoro di prima qualità è sempre più scarso nei giacimenti, per cui è sempre più raro e prezioso; a dimostrazione di questa asserzione sta che anche il Portoro a fondo nero e macchie bianche e gialle, mescolate fra loro, è diventato un prodotto ricercato sul mercato del settore. Questa situazione gioca a favore del marmo pachistano Black and Gold, un imitatore che presenta caratteristiche molto simili a quelle del Portoro e che può sostituirlo quando la sua produzione è scarsa.
Le moltissime cave attive di non molti decenni fa sono state decimate: ben poche restano in produzione, anzi pare proprio che ne sia rimasta una sola, mentre le altre sono state definitivamente abbandonate o chiuse. Basta percorrere la strada che porta da La Spezia a Portovenere per riconoscere i segni delle passate coltivazioni. E anche le poche cave rimaste attive vanno avviandosi sulla triste strada del tramonto e dell'estinzione; la produzione annua sembra stenti a giungere alle 10mila tonnellate. Quanta tristezza!

 

La storia del Portoro
Il Portoro fu definito, in origine, come “muschio giallo e oro”, poi dal luogo d’origine fu denominato “marmo di Portovenere”.
I Francesi, che ebbero modo di apprezzarne bellezza e qualità durante la loro occupazione, lo chiamarono “Port d’Or”, nome che fu tradotto integralmente in italiano in “Porta d’Oro”, per diventare, per brevità, “Portoro”, nome con il quale si è diffuso in tutto il mondo. Gli anglofoni, rigidi alle loro tradizioni linguistiche, continuano imperterriti a indicarlo come “Black and Gold”.
Le strutture di questo marmo, cristallino-saccaroide compatta, conseguenza di un formidabile e intenso fenomeno metamorfico, che ha aggredito e modificato possenti formazioni sedimentarie a natura prevalentemente calcarea nell’Era Mesozoica, circa 190-200 milioni di anni fa, conferisce alla roccia tutte le caratteristiche che competono a una pietra ornamentale di grande valore, qual è il Portoro, appunto, e che si combina piacevolmente – e utilmente – con ciò che da lei l’utente desidera, cioè la resistenza meccanica e l’aspetto estetico del tutto particolari. Infatti, grazie alla sua costituzione mineralogica, il Portoro è una pietra naturale adatta a essere lavorata al tornio, per cui si possono realizzare oggetti di ogni dimensione, e allo scalpello, per la produzione artigianale o artistica. 
Questo materiale, pur essendo valido per le sue caratteristiche tecniche, deve essere preferibilmente sistemato all’interno di edifici, al riparo dall’azione dannosa degli agenti atmosferici, che lo possono danneggiare per opera di un consistente scoloramento.
A quale periodo storico risalga l’uso del Portoro quale pietra ornamentale è un fatto molto controverso, per cui è una datazione che non si può fare con sicurezza, anche se alcuni autori lo facciano risalire solo al XVI secolo; perché ci sono elementi di sicuro fondamento storico che lo posizionano molto più indietro nel tempo. Intanto, c’è da osservare che certi giacimenti di Portoro hanno affioramenti anche lungo le strade che, nel passato, senza dubbio erano sentieri o mulattiere percorsi dai Liguri locali; pare proprio impossibile che nessuno avesse notato l’esistenza di questo meraviglioso materiale a disposizione, pronto per essere scavato e lavorato, al fine di utilizzarlo nel campo delle costruzioni e della viabilità. A dare forza a questa supposizione contribuisce il fatto che i Romani, giustamente, consideravano il Golfo della Spezia come luogo riparato e sicuro per ormeggiarvi le loro navi, mentre, fra l’altro, curavano la coltivazione del marmo bianco lunense, per utilizzarlo a Roma e nell’Impero; possibile che non si fossero accorti che un marmo scuro, policromo, era lì, pronto per essere “colto”? Sembra un’ipotesi a dir poco assurda! Comunque sia, si ritiene che già nel V secolo d.C., periodo in cui la Città di Luni (chiamata Luna dai Latini) ha avuto il suo massimo splendore, gli architetti del tempo abbiano utilizzato il Portoro nelle loro costruzioni, approfittando della piccola distanza e dell’emergenza degli strati utili. E forse non solo i Lunensi approfittarono di questo “ben di Dio”, ma anche gli Etruschi e altre popolazioni finitime. Del resto, scavi eseguiti non molto tempo fa nel territorio dove esisteva la Città di Luni, hanno portato alla luce pezzi con buona sicurezza attribuibili al Portoro. Inoltre, risulta pure che i Genovesi, nel XII  secolo, lo abbiano messo in opera nella costruzione di un forte, di cui ancora oggi è possibile ammirare i ruderi, e delle loro sontuose e lussuose ville lungo la costa ligure.


 

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