Pietre ornamentali e ambiente

Trasformazione e conseguenze della coltivazione dei giacimenti di pietre ornamentali

All'inizio, l'uomo era un cacciatore e un cercatore nomade, senza fissa dimora: raccoglieva i frutti, dove li trovava e seguiva gli animali che gli servivano per il nutrimento nelle loro migrazioni. Ciò anche perché non aveva scoperto l'agricoltura, che obbliga l'individuo a trasformarsi da errabondo in stanziale. Una volta scoperta l'importanza delle coltivazioni, si fermò, stabilendosi in luoghi di suo gradimento, ricchi di acqua, dove allevare gli animali e, naturalmente, dove procurarsi i mezzi di nutrimento. Inizialmente, cominciò a circondarsi di cose utili, poi, piano piano, anche di cose non solo comode, ma anche belle. Da qui ebbe inizio la raccolta di pietre, seguita dalla coltivazione dei giacimenti e dalla relativa trasformazione, al fine di realizzare le proprie costruzioni e pure per dar luogo a prodotti finiti di notevole pregio per sé o per utilizzarli come mezzi di scambio. Fu un avanzamento di enorme spessore. Tale approccio con l'ambiente naturale, in cui le pietre si trovavano, ne causò una consistente trasformazione.
Anche oggi, come allora, le attività estrattive creano rilevanti preoccupazioni in merito all'impatto con l'ambiente, pure dal punto di vista estetico, per cui solamente un saggio approccio all'attività estrattiva può sanare i possibili attriti fra cavatori e altri e mantenere il rispetto per l'ambiente sia come ecosistema sia come biotopo.
D'altra parte, il contrasto, che si manifesta fra sfruttamento delle risorse naturali dei giacimenti e l'ambiente in cui sono inseriti, è senz'altro inferiore a quello provocato da altre forme di attività, anche perché, volendo puntualizzare una nota veramente dolente, l'inquinamento da esso prodotto è molto minore. In verità, l'inquinamento si riduce spesso a una questione di carattere panoramico-paesaggistico; però, logicamente, esso deve essere tenuto sotto attento controllo, con estrema fermezza e con le necessarie cautele richieste dal caso.
Rimanendo nel campo del marmo e delle pietre simili, comunque, ci si rende conto che l'impatto con l'ambiente attuato da vari altri materiali (quali sabbie, argille, ghiaie) è sicuramente superiore di diverse decine di volte; ciò perché la quantità di pietre coltivate, proporzionalmente basso, non regge il confronto. E non basta, giacché certe escavazioni comportano grossi problemi di carattere idrogeologico - e non solo - ai quali bisogna porre il giusto rimedio, ricorrendo al complesso degli interventi da attuare caso per caso. Da qui gli aggiustamenti progettati e realizzati a regola d'arte possono portare a valide soluzioni di carattere ambientale e paesaggistico accettabili, mentre l'inquinamento prodotto dall'escavazione delle pietre, se i provvedimenti presi sono stati accuratamente programmati e realizzati, utilizzando quanto attualmente la tecnologia offre, può essere valutato apprezzabilmente poco evidente; ciò perché, in effetti, le tecniche necessarie al rispetto dell'ambiente oggidì non solo ci sono, ma sono anche in grado di affrontare e risolvere ogni forma di difficoltà.
C'è stato un considerevole avanzamento per le pietre ornamentali sia nell'escavazione nei giacimenti sia nella trasformazione nei laboratori; questo si è preso l'onere e l'onore di indirizzare ogni forma di attività verso una completa industrializzazione atta a sostituirsi - e sicuramente in modo quantitativamente superiore - alle vecchie tecnologie artigianali. Questo è ampiamente dimostrato da un lato dalla sostituzione del vecchio filo elicoidale con il filo diamantato, con le macchine a catena e con le più giovani macchine a cinghia in cava, e dall'altro dai miglioramenti tecnico-meccanici attuati sia nella metodologia di segagione, sia nella finitura superficiale nei laboratori, che hanno conseguito risultati vari e vincenti nei confronti dei tempi passati.
L'uso dell'esplosivo nelle cave, che inizialmente ha avuto un grande successo, dopo i guai che ha combinato, spesso rovinando grosse fette di giacimento utilizzabile, minandone la qualità e la fruibilità, ora è riservato semplicemente per lavori specifici, per i quali la celerità di esecuzione è fondamentale per la produzione. Infatti, è rimasto assegnato alla scoperchiatura dei depositi di materiale utile, con l'eliminazione del "cappellaccio", nel caso in cui sia roccioso, e per la realizzazione di grosse varate, cioè per l'abbattimento di grandi volumi di minerale sfruttabile. Solo nel taglio del granito si ricorre - non dappertutto - all'impiego della miccia detonante. Talora l'esplosivo si utilizza per spostare blocchi di roccia dalle pareti della galleria, quando lo spazio è molto ristretto.
Da tutto quanto di sopra riportato, dunque, si evince come, se da una parte si punta sulla funzionalità e sulla produttività, dall'altra si aumenta la salvaguardia e il rispetto per l'ambiente: in tal modo si riesce a mettere tutti d'accordo, cioè il produttore, il cliente e la gente, che vive nei dintorni della cava.
Comunque, un potenziale inquinamento è possibile da parte della "marmettola", che è la segatura risultante dal taglio delle pietre ornamentali, essendo l'utensile tenuto sotto un getto di acqua pura al duplice scopo di lubrificarlo e di raffreddarlo. Si tratta di una quantità che ha un suo peso, quando risulta che in una giornata lavorativa di 8 ore la produzione può raggiungere i due chilogrammi per ogni macchina. Pertanto, questo è un materiale che, nell'economia nella gestione di una cava, non può essere trascurato.
Ora, il pericolo è che questa miscela possa passare attraverso le varie fenditure e fratture sul piano di cava, infiltrandosi profondamente sino a raggiungere la falda acquifera. Per questa ragione, è un'ottima soluzione quella che prevede l'installazione di un impianto con la funzione di chiarificare il prodotto della segagione, depurandolo da tutto quanto non appartiene alla pietra trattata.
E' buona regola quella di approntare un bacino di raccolta con fondo impermeabilizzato, formato da una piccola successione di settori, messi in comunicazione fra loro, dentro i quali la marmettola è costretta a transitare; in tal modo l'acqua diventa via via sempre più limpida e depurata, tanto che alla fine può essere immediatamente rimessa nel ciclo lavorativo. A maggior ragione, il recupero è consigliabile sia qualora le riserve di acqua siano limitate, sia nel caso in cui si debba ricorrere all'emungimento dall'acquedotto con il relativo onere di acquisto.
Si tratta di un problema molto gravoso nella gestione di una cava. Indubbiamente, la costruzione di un impianto idrico - avendo spazio e disponibilità - è sempre un fatto positivo. Sarebbe conveniente, quando diverse cave sono attive nello stesso giacimento o, comunque, confinanti fra loro, provvedere alla realizzazione di un impianto acquedottistico comune. Purtroppo, molto spesso ciò non è possibile, per cui ogni gestore deve rimediare come può, attingendo acqua dalla falda, se c'è, allacciandosi all'acquedotto, se passa nelle vicinanze, rifornendosi mediante autobotti; tutto ciò senza mai abbandonare l'opportunità di sfruttare la raccolta di acqua piovana.
Tornando a parlare della marmettola, i casi che si possono presentare sono due.
Il primo riguarda la miscela costituita esclusivamente di acqua e segatura (in sostanza, calcare, cioè carbonato di calcio quasi puro). La presenza del bacino di chiarificazione permette di procurarsi acqua chiara e deposito di calcare. Quest'ultimo, sotto forma di polvere finissima, pur essendo uno scarto dal punto di vista dell'attività estrattiva, per altre destinazioni è una risorsa e una vera e propria materia prima secondaria: infatti, dopo la sua disidratazione, la polvere può essere utilizzata in campagna per ridurre l'acidità di certi terreni, soprattutto torbosi, oppure per la produzione di cosmetici, o per sigillare certe strutture (le discariche esistenti nelle vicinanze di cave di lapidei calcarei spesso sono impermeabilizzate sul fondo e sui fianchi con il calcare recuperato), o ancora per tante altre opportunità.
Le cose non sono altrettanto ottimistiche nel secondo caso, cioè quando si va a considerare la marmettola prodotta dalle macchine a catena diamantata.
Esse, infatti, per l'esecuzione di un segagione a regola d'arte, hanno l'utensile di taglio che, per la lubrificazione e il raffreddamento, necessità dell'impiego di olio minerale, che è altamente in contrasto con l'ambiente.
Quindi, non ci sono né "no" né "ma" che tengano, e la marmettola, essendo assai inquinante, deve essere raccolta a parte e consegnata agli enti raccoglitori, ovviamente autorizzati dalla legge, che provvedono al suo corretto trattamento per il definitivo smaltimento.
In definitiva, è assodato che pure nelle cave il pericolo di inquinamento ambientale esiste, però è sicuramente inferiore a quello di altre attività.
Se si vuole, l'inquinamento maggiore è quello che si associa all'aspetto paesaggistico. In effetti, l'attività di cava lo cambia profondamente: gradoni al posto di pendici di monte, aree piatte invece di rilievi, cavità o profonde fosse con o senza presenza di acqua. Con i recuperi giusti, tuttavia, sia durante la coltivazione del materiale utile, sia alla sua conclusione, mediante spianamenti, rinterri, riempimenti, piantumazioni e quant'altro, il risultato finale può essere veramente gradevole e apprezzabile, tanto da fare dimenticare qual era la situazione prima degli interventi estrattivi. Restano le memorie descrittive e fotografiche a documentare com'era il territorio in precedenza, che consentono di mettere a confronto con quanto è presente alla conclusione dei lavori. Indubbiamente i pareri possono essere discordanti; nondimeno, sembra che il parere predominante sia più a favore del "dopo" che del "prima", anche perché, tutto sommato, l'attività svolta - se è stata correttamente condotta nel rispetto delle leggi, della gente, dell'ambiente, dell'habitat - si è preoccupata di essere utile per la comunità e di procurare il benessere che ne stato il frutto.

 

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