La grande bellezza dell'entroterra e il contributo dell'Università

La grande bellezza dell'architettura italiana dispiega tutto il suo fascino nelle poche metropoli e nelle innumerevoli città di media e piccola dimensione, ma si manifesta pure, diffusa e inaspettata, nelle aree rurali e nei siti naturali della penisola, dalla costa all'entroterra. Così il paesaggio italiano ricorda un intreccio di fili annodati regolarmente, che concedono tra loro spazi liberi più o meno ampi. In questa rete, i nodi corrispondono alle piccole o piccolissime centralità che conservano tanti capolavori del patrimonio culturale; le maglie configurano altrettanti orizzonti in cui si struttura il paesaggio; infine le trame, grandi infrastrutture viarie, strade provinciali, percorsi locali o antichi tratturi storici, organizzano in un sistema unitario e interconnesso questa moltitudine di poli storicamente stratificati. L'aspetto più evidente di tale condizione culturale, è la straordinaria varietà di paesaggi e panorami che si susseguono quando si attraversa la penisola, e fanno apparire gli italiani come persone dal carattere eccentrico, ostinate a costruire bellezza anche in luoghi fragili e apparentemente marginali.
Se si percorre l'entroterra rurale, disciplinato dall'agricoltura ordinata e diffusa, entrata a fare parte del patrimonio genetico dei luoghi, si percepisce un'idea di continuità. Sono rari e comunque circoscritti quegli spazi residuali che Gilles Cléments, con una fortunata locuzione, definiva "terzo paesaggio". Nella sequenza ininterrotta di luoghi emerge piuttosto, anche a uno sguardo superficiale, la presenza di caratteri eterogenei ma collegati da un sottile e robusto filo, che può essere chiamato identità. Sono borghi, rocche e castelli; sono pievi, conventi, corti agricole, masserie, case sparse, ma sono anche insediamenti produttivi e industriali. Le loro architetture derivano sia dalla tradizione colta del costruire, sia da tecniche e materiali che rimandano a saperi popolari tramandati. Sovente le due tradizioni si sovrappongono con spontaneità e arricchiscono i panorami dell'Italia più remota ampliando la propria influenza su parti di territorio in cui si coglie un senso comune di appartenenza, talvolta riconosciuto e condiviso, altre volte sottinteso.
Questa speciale condizione ha permesso agli italiani di comprendere precocemente il valore concreto della bellezza diffusa e la necessità di proteggerlo sia dalla rovina materiale che dall'amnesia. Ne è prova la presenza di una normativa antica, ma evoluta nella gestione dei beni culturali, dai primi provvedimenti degli Stati preunitari, alle più avanzate norme del XX secolo. Su tutte, le leggi Bottai del 1939, hanno avuto il merito di allargare le strategie di tutela alle bellezze naturali, includendo nella nozione di patrimonio le ville, i giardini e il paesaggio, come pure i piccoli nuclei insediativi aventi valore estetico o tradizionale. Eppure la legislazione italiana, che nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2001 recepisce anche la più avanzata normativa internazionale, mantiene sempre una cauta distanza tra il tema della conservazione dei beni, che dipende sostanzialmente dallo Stato, e il progetto della loro valorizzazione, affidato alle amministrazioni locali.
Tale distinzione rischia attualmente di generare una pericolosa confusione. Oggi più che mai è indispensabile affrontare il progetto del patrimonio culturale con unità di intenti nelle strategie di conservazione e valorizzazione, attivando sinergie tra interlocutori pubblici e privati, ma soprattutto con un approccio interdisciplinare che prevede progetti fortemente integrati, seguiti da prassi esecutive rapide e consolidate. Al giorno d'oggi è difficilissimo gestire la bellezza italiana diffusa, sia per l'abnorme quantità di beni su cui si dovrebbe intervenire, sia per gli effetti della crisi che hanno imposto drastici tagli nelle politiche di conservazione e valorizzazione del patrimonio. Inoltre le recenti e frequenti crisi ambientali che impoveriscono il fragile assetto idrogeologico della penisola, rendono indispensabile l'adozione strumenti riparativi immediati, che spesso sono destinati a diventare strutturali, configurando nella prassi l'ossimoro della consuetudine all'emergenza.


Immaginare nuovi spazi pubblici, e rendere centrali le aree marginali dell'Appennino

Il Laboratorio di ricerca AMR (Architettura Musei Reti), opera dall'anno 2005 presso l'Università di Parma, con l'obiettivo di configurare occasioni di crescita per l'entroterra, e sviluppare modelli ripetibili di intervento, rivolti alla conservazione e valorizzazione di architetture, paesaggi, ecosistemi naturali o culturali. AMR si fa carico di un duplice ruolo di osservatorio e interlocutore nell'ambito locale, proseguendo la mission con cui oltre 10 anni fa veniva costituita la Facoltà di Architettura di Parma; affianca all'attività didattica e di ricerca, una parallela attività di progettazione e consulenza che coinvolge enti privati e fondazioni, cittadinanza e pubbliche amministrazioni. Dal 2010 il laboratorio dedica speciale attenzione allo sviluppo delle aree marginali nell'Appennino emiliano, caratterizzate da una condizione di impoverimento che genera disequilibrio e ritardi anche nell'adozione di protocolli tecnologici diffusi, e che condiziona la crescita e l'attrattività. Il tema è molto attuale, dal momento che le politiche di programmazione economica e culturale europea per il settennato 2014-2020, a partire dal tema "sfide della società", pongono in essere misure politiche e strumenti finanziari, adatti a favorire la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva delle aree depresse. Si promuove in altre parole lo sviluppo di modelli innovativi e trasmissibili, per colmare i divari culturali tra le regioni, favorendo una gestione intelligente e trasversale delle risorse.
Nel novembre 2016 il laboratorio AMR ha potuto condividere le proprie ricerche nell'ambito del progetto europeo: "Forget Heritage" che, attraverso la rete Interreg Network, coinvolge alcuni stati membri sotto il coordinamento del Comune di Genova. Dal confronto tra il ruolo attuale delle architetture dismesse e le città o paesaggi che ne conformano il contesto, è emerso un necessario apporto della memoria come strumento operativo nel recupero del patrimonio: conferire nuovi valori d'uso a un edificio o un luogo pubblico, non può prescindere dalla comprensione e interpretazione della sua identità passata. Ogni nuova centralità, per "funzionare", ovvero per accrescere il senso di appartenenza e l'abitudine diffusa all'uso, deve fondarsi su un vissuto storico autentico e condiviso; ogni buon progetto deve moltiplicare i punti di vista disciplinari, al fine di restituire un affresco completo sia della realtà del luogo sia del suo potenziale. L'economia regionale, l'analisi statistica, i modelli di programmazione turistica e di innovazione creativa, diventano indispensabili compagni di viaggio per il progettista, mentre la sostenibilità del processo viene garantita da una miscela equilibrata di attori pubblici e privati, ciascuno con ruoli specifici e complementari. Le amministrazioni locali devono proporre progetti strategici, ma anche resilienti alle mutazioni, inevitabili in programmi pluriennali; i soggetti privati potenzialmente coinvolti devono valutare consapevolmente il proprio apporto e investimento strategico; infine la cittadinanza attiva è chiamata a "colonizzare" la nuova centralità, proponendo forme d'uso creative, sia consuete che non convenzionali, degli spazi disponibili. Con tali premesse il progetto può diventare uno strumento di sintesi necessario allo sviluppo del territorio, a patto di prevedere capacità di fare rete tra soggetti, nell'ambito di una progettualità attuale, flessibile e aperta a integrazioni e variazioni. Un progetto che, per usare un termine alla moda, deve essere "liquido", ovvero disponibile a mutare forma in rapporto alla morfologia del proprio contenitore, pur conservando alcuni capisaldi imprescindibili negli obiettivi e nei contenuti.


Energie-Park. Un progetto di area vasta per interpretare un'antica identità mineraria
Il programma strutturale avviato da AMR si intitola "Energie Park", e configura la proposta di un marchio territoriale identitario adeguato a convertire il sistema di paesaggi appenninici caratterizzati nel XX secolo da industrie estrattive di petrolio e gas, in un sistema o "parco" dedicato alle energie per il futuro. Si tratta di una trasformazione strategica entro cui sono stati avviati progetti di nuove centralità territoriali, ma è soprattutto un programma in prospettiva, che propone uno strumento di intervento innovativo e resiliente. A partire da situazioni contestuali eterogenee, esso mantiene infatti quei caratteri di adattabilità e replicabilità indispensabili a conferirgli la valenza di modello strutturale.
L'approccio prevede una preliminare fase di indagine e mappatura a scala interregionale, con approfondimenti locali attuativi. Spostando il punto di vista della ricerca dal contesto all'area vasta, risulta più semplice identificare sia gli elementi identitari irripetibili, che precisano il valore culturale del paesaggio storicamente definito, sia le opportunità di attrattività e crescita, che delineano il potenziale dei luoghi. A questa prima indagine fa seguito lo studio degli stakeholders e customers, ovvero i possibili interlocutori del processo e i potenziali fruitori della nuova centralità. Allo studio territoriale si affiancano indagini economiche, utili per un confronto tra il rapporto spese - benefici che si avrebbe con un intervento sull'area, e il mantenimento dello status quo, con i costi che ne deriverebbero per la comunità. Quasi sempre questo tipo di analisi pone in evidenza come l'intervento progettuale sull'Appennino, se integrato e razionale, sia perfettamente sostenibile da un punto di vista economico, ambientale e sociale, ovviamente a fronte di un investimento strutturale iniziale. Al contrario, il mantenimento dello status quo favorirebbe lo spreco aumentando esponenzialmente i costi a carico della comunità, senza generare in cambio benefici o flussi di servizi tali da generare crescita. Le mappature che derivano dall'indagine storica, economica, ambientale, intersecate con i dati numerici e statistici rapportati al comparto turistico, ai servizi strutturali e infrastrutturali, alla produttività, conformano uno strumento importante sia per la lettura dell'esistente che per la prefigurazione del progetto.


Fornovo di Taro e Salsomaggiore Terme.
Due progetti pilota di Energie Park

Nell'ambito di Energie Park sono attivi due progetti in Provincia di Parma, con l'obiettivo di rendere le politiche culturali un elemento chiave nelle strategie di crescita sostenibile. Il primo progetto, a Fornovo Taro, recupera l'antico giacimento petrolifero di Vallezza, immerso nella natura dell'Appennino, per configurare una centralità culturale e sociale, sostenuta da una rete territoriale già esistente. Il secondo progetto, a Salsomaggiore Terme, propone un itinerario immersivo tra gli antichi siti estrattivi di sale, acque salsobromoiodiche e gas, finalizzato a valorizzare un collegamento lento, ma innovativo e sostenibile tra il centro abitato e il parco naturale del torrente Stirone. La nuova centralità da valorizzare è il polo museale naturalistico e paleontologico del territorio, in fase di trasferimento e ampliamento, di cui AMR cura il progetto allestitivo. Entrambi i programmi hanno preso vita a partire da processi collaborativi virtuosi, dove l'Università ha espresso sia competenze scientifiche, sia progetti concreti, e ha assunto il ruolo di mediatore tra enti pubblici e investitori privati, favorendo la cooperazione. Con finalità e metodologie diverse, si coinvolge nel progetto la comunità locale, ritenendola un interlocutore privilegiato.


L'articolo è stato pubblicato a pag 100 del n.627/2017 di Quarry and Construction...continua a leggere

 

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